Il tesoro di Sorano

“Forza Piero, porta fuori quel sacchetto, smetti di perdere tempo in garage”
“Vado vado, non mi mette’ fretta!”

Era sempre così in casa Cirri, un continuo battibecco tra marito e moglie. Lei, Silvia, teneva la casa come la Reggia di Versailles, con tende e tappeti puliti, specchi e arredamenti intatti, senza un filo di polvere. Leggeva il giornale la mattina, beveva caffè nero bollente e iniziava a rammendare vestiti per la signora Maria. Il lavoro non era costante, ma quel poco di soldi che entravano facevano comodo. Con due figli, si sa, non è facile campare.

Piero Cirri era un uomo umile, sincero, con la barba che cresceva irregolare e i denti bianchissimi. Con molto sacrificio, coltivava la terra che gli aveva lasciato suo nonno. Seminava di tutto: pomodori, lattuga, carote, cavolfiore e carciofi. Negli ultimi anni era riuscito a far crescere anche un albero di ciliegio e uno di susine. Erano il suo orgoglio. Dopo il pollaio, si intende. Puntava la sveglia alle 6 ogni giorno e si presentava subito davanti alla galline. Ci parlava, le salutava e le viziava. Diceva che le loro uova erano le più buone del paese. Al bar lo prendevano in giro: “Un giorno una di codeste bestie ti regalerà un uovo d’oro!“, e giù con le risate.

La domenica, Piero e gli amici del bar andavano a cercare funghi. La Maremma d’autunno è la gioia dei buongustai e raramente tornavano a casa a mani vuote. Si invitavano a cena a turno per festeggiare il bottino del sottobosco. Erano una combriccola varia e affiatata; avevano frequentato la scuola nello stesso periodo e si sentivano tutti fratelli.

E in famiglia ci si racconta anche gossip.

“Ma la sapete che la figlia del macellaio s’è inventata d’anda’ a Milano a studiare moda?”
“O che dici? Quanto cinghiale deve vende i’ poro Vincenzo per farla anda’ lassù?”

“Oh invece, che mi dite del ponticino sul fiume? L’hanno aggiustato? Io non mi fido più ad attraversarlo. La settimana scorsa per poco non ci rimanevo secco”
“Vedi, andrebbe detto al tuo amico tanto bravo in Comune. Se non s’è mangiato tutto, forse l’amministrazione ci potrebbe anche investire”.

E così tra una storia e l’altra, si parlava anche di leggende. Voci tramandate di anno in anno, un misto di verità e fantasia con contorni ormai sbiaditi. La leggenda che Piero preferiva veniva direttamente dagli etruschi: era quella del tesoro nascosto di Sorano. Più che diceria, speravano si trattasse di un dato di fatto.

Sorano, in Maremma
Il panorama di Sorano, in Maremma

“Facciamo una scommessa: chiunque avrà la fortuna di trovare questo tesoro dovrà poi darne in beneficenza una parte a Vincenzino, così la su’ figliola continuerà a ritagliare gonnelline e modelli di borse!”

Ridevano mentre sorseggiavano un amaro, poi un limoncello, poi la grappa della buonanotte. Si salutavano e barcollavano ognuno verso il proprio portone, fantasticando di spendere davvero quelle fantomatiche monete. In realtà nessuno aveva un indizio su dove scavare. Avevano rovistato nel tufo, sulle colline, vicino alla necropoli. Niente. Piero aveva comprato anche un’attrezzatura più tecnica e ci credeva: “Lo troverò io quel bauletto. Con un po’ di fortuna ci sistemo i figli e magari offro da bere agli altri”.

Ma i giorni passavano e “la caccia al tesoro” non portava frutti. Forse quelle antiche leggende etrusche non erano vere. Forse continuiamo a tramandarle senza motivo.
Gli amici del bar preferivano bere una birra in pace anziché sgobbare sotto il sole alla ricerca di qualcosa che forse non esisteva. Piero soltanto trascorreva almeno due ore al giorno in perlustrazione. Giunto all’età di 83 anni, spezzato dal lavoro e dalla fatica, si è spento senza aver mai sentito lo scintillio di metallo sotterrato.

I suoi figli hanno preso altre strade. Hanno venduto la proprietà di famiglia e si sono trasferiti nei dintorni. Hanno però deciso di tenersi l’orticello e il pollaio con le galline: un dolce omaggio alle passioni del padre.

Per rifare l’impianto di irrigazione, hanno dovuto scavare in profondità e rimettere le tubature nuove. Era tutto da buttare.
“Chi ce l’avrà fatto fare?”
“Ma smettila, che ci vuole? Massimo due giorni e finiamo il lavoro. Vedrai, verrà un pollaio talmente cool che ci si potrebbe organizzare l’aperitivo!”
“Senti un po’, aperitivo, vieni qui che mi serve una mano. La terra non cede in questo punto, nemmeno col piccone”
“Ma che cos’è che blocca? Sembra una scatola”
“Magari è il tesoro etrusco”

E lo era davvero. I due ragazzi riemergono dalla polvere con un forziere calcificato, custode di monete d’oro e argento. Il tesoro di Sorano, lo stesso che Piero aveva cercato una vita intera. Aveva dimenticato di guardare sotto il suo amato cortile.
Tutto sommato aveva davvero le galline dalle uova d’oro.

 

 

👉 Curiosità per il lettore
Sorano si trova in provincia di Grosseto, presto vi racconterò quanto è figa la città e quanto – purtroppo – si stia spopolando in questi ultimi anni.
La storia che ho raccontato è vera? Nì, la leggenda del tesoro è stata tramandata di generazione in generazione, ma Piero probabilmente è frutto dell’immaginazione locale (e della mia).

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