Trilogia della pianura

Se ho imparato qualcosa nella vita, è che bisogna credere in se stessi anche se nessun altro lo fa. Sentivo di avere una fiammella di talento, non un grande talento, ma una fiammella che dovevo alimentare regolarmente, come una specie di monaco, per impedirle di spegnersi.

Kent Haruf

Ho un difetto che in un primo momento potrebbe sembrare un pregio. Non sono mai soddisfatta di ciò che sono, di ciò che faccio e del mio talento. Tendo sempre ad altro: un corso di specializzazione, un master, un altro lavoro, un’altra passione. E credetemi, per quanto possa essere stimolante, a poco poco, corrode dentro. C’è sempre un’insoddisfazione di fondo che ti increspa le coperte nelle notti apparentemente più tranquille. Un misto tra angoscia e ansia di non trovare la strada giusta. Ma poi, di che strada parliamo? La felicità? Il successo? A questa domanda devo ancora darmi risposta.

So che è sbagliato confrontarsi con gli altri, ma lo faccio. Sguazzo nell’autocommiserazione. Ho coetanei che corrono, vincono, esultano e non posso fare a meno di pensare: “e io cosa faccio? quando mi muovo?”. Hanno più o meno la mia età, alcuni sono più giovani, quindi perchè ho perso tutto questo tempo? Perchè non ho la stessa collezione di trofei sulla mensola? Non sono brava quanto speravo?

Colorado, Trilogia della Pianura di Kent Haruf
I colori e la solitudine del Colorado

Rifletto sulle mie presunte doti – doti che, al momento, stanno giocando a nascondino – ed è anche il momento in cui termino di leggere la Trilogia della Pianura, a mio avviso un capolavoro firmato da Kent Haruf.

Ho iniziato Benedizione un sabato pomeriggio. Ero a teatro per lavoro e sfruttavo ogni istante libero per continuare la lettura. In poche ore me lo ero divorato. Le disgrazie che gravitano intorno alla cittadina di Holt mi hanno fatto sentire meno sola, meno disperata, più felice. Lo so, sempre paradossale. Il Canto della Pianura e, ahimè, l’ultimo capitolo della saga Crepuscolo mi hanno fatto piangere e singhiozzare, odiare la violenza e i genitori bigotti. Ma anche ridere di quelle famiglie disagiate che, nonostante tutto, vanno avanti. Vivono e muoiono, si salvano o sono spacciati.

Come una sedicenne che viene sbattuta fuori casa, gettata per strada come carta straccia dalla madre. La sua colpa? Essere rimasta incinta di un pischello troppo immaturo anche per allacciarsi le scarpe. Una ragazza con in meno niente, ma in grembo portava una nuova occasione.

Ho fatto una scommessa con me stessa. Il piangersi addosso, il confrontarsi con gli altri per sminuirsi, il vedere il bicchiere mezzo vuoto non sono d’aiuto. D’ora in poi cercherò di vedere il prossimo come una luce positiva che può sempre – SEMPRE – e sempre portare qualcosa di buono nella mia vita. Proverò a cogliere il lato dolce delle persone e non i loro difetti.

Il cambio di prospettiva. Sono sicura. Sarà un nuovo inizio.

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